Startup italiane (di montagna): favolosi unicorni o coraggiosi camosci?
Il mondo delle startup italiane vive del mito dell’unicorno.
No, non quello delle favole. Si chiama così la startup innovativa, dal successo talmente dirompente, che è capace ad esempio di creare un mercato che non esisteva, o di dominarne uno esistente, arrivando rapidamente ad un valore superiore ad un miliardo di dollari, in genere nel giro di pochi anni.
In effetti è quasi una favola, visto il ridottissimo numero di startup che arrivano a questo risultato (meno di una su 10.000, secondo Gemini). Fatto sta che tutte si affannano per avvicinarsi il più possibile a questo risultato, perché… perché gli investitori cercano unicorni, o comunque qualcosa che ci si avvicini il più possibile; e diventano cacciatori di unicorni soprattutto per compensare il gran numero di investimenti in startup che in realtà falliscono o rendono molto meno di quanto sperato. Se su dieci investimenti, nove vanno male ma uno rende 100 volte l’investimento, o più, sarà comunque meglio che aver trovato 10 startup che rendono ciascuna con un moltiplicatore 2 o 5.
E come si fa la caccia all’unicorno? Più o meno come il cercatore d’oro cerca le pepite: setacciando e vagliando il maggior numero possibile di startup, nei settori più svariati.
Il principale strumento di comunicazione fra founder ed investitori, o almeno il più famoso, è il pitch: termine gergale per indicare una presentazione di pochi minuti (dai tre ai cinque) in cui far spiccare gli elementi di forza del business, soprattutto quelli economici, evidenziando profitti rapidi a costi ridotti, crescita vertiginosa, ecc.: ed è ovvio che sia così, non si può pretendere che un investitore (che appunto vede decine, centinaia, a volte migliaia di startup) possa comprendere appieno gli aspetti tecnici di settori diversi, dall’e-commerce, ai servizi sanitari, ai nuovi materiali, all’energia… Quindi gli aspetti tecnici dell’innovazione sono appena accennati, e il grosso, soprattutto in chiusura, è affidato ai numeri finanziari.
E quindi nei percorsi di incubazione ed accelerazione per startup, una quantità notevole di tempo è dedicata proprio a preparare il pitch, e a renderlo in grado di catturare in poche slide l’attenzione dell’investitore, di fargli intuire l’opportunità del secolo e indurlo a scommettere su quella startup.
Certo, un buon acceleratore segue le startup anche in tutte le altre fasi dello sviluppo di un buon business plan, e offre supporto anche sugli aspetti tecnici, naturalmente… Ma l’enfasi dedicata ai pochi minuti di pitch, beh quella frenesia non ha eguali. E certamente, se un buon pitch è l’elemento determinante per muovere i soldi, non c’è storia, tocca rimboccarsi le maniche ed il cervello e ripiegare il business su se stesso e in un modo o nell’altro farcelo stare, in quei pochi minuti, e fare in modo che risplenda.
Comunicare per slogan appiattisce
Nel mio periodo da founder di startup innovativa (in ambito climate tech), presa da questo vortice inesorabile, riflettevo su cosa comporta questo modello per un team agli inizi, con poco tempo e/o pochi soldi. E per le idee che quel team sta sviluppando. Soprattutto se si lavora su idee che generano un elevato valore sul piano sociale o ambientale, veicolare il valore attraverso numeri monetari, benché non impossibile, è molto complesso. Ancor di più se il business si sviluppa in un settore tecnicamente innovativo, perché l’impossibilità di spiegare la scienza e la tecnica dietro il prodotto costringe ad usare slogan semplicistici: una idea di carattere dirompente appare così simile ad una idea banale.
E questo va contro gli interessi degli investitori stessi. Perché questo modello da “Fast Venture” rischia di aumentare la proporzione di startup inconsistenti che ricevono attenzioni e finanziamenti, solo perché sono state più capaci di imbellettare nel migliore dei casi un prodotto banale, nel peggiore addirittura una falsa soluzione, con falle tecniche sostanziali che ne rendono poi impraticabile la realizzazione o inconsistente l’effetto.
Se occorre semplificare la comunicazione, si rischia di rendere indistinguibile una innovazione radicale da una baggianata, e dal mio punto di vista, in campo ambientale questo è estremamente diffuso. In campo ambientale, o di sostenibilità, ad esempio, le idee più interessanti e fuori dagli schemi spariscono di fronte alla moltitudine di proposte generiche alla “Save the planet” o proposte in cui le ricadute ambientali sono veramente marginali se non del tutto immaginarie. Solo che, non essendoci in giro molta competenza ambientale, ad un occhio profano sembra tutto sullo stesso piano. Anzi, quello con la proposta banale va anche meglio di quello con la proposta complessa, perché risulta più comprensibile.
A ciò si aggiunga che il modello dell’unicorno si è sviluppato nel mondo statunitense, e in settori ad alto contenuto IT, modello che non è sinceramente applicabile tal quale nel contesto italiano, o a settori meno immateriali, quali la manifattura, l’artigianato, o addirittura l’agricoltura e la gestione forestale: tutti settori che richiedono tempi lunghi per la realizzazione fisica del prodotto o per la gestione di processi complessi.
E come se non bastasse, l’Italia è, fra tutti i Paesi Europei, quella meno agevolante per la costituzione di startup, sia per i costi, che per la burocrazia complessa e contraddittoria, che fa perdere tempo e denaro facendo ulteriormente lievitare i costi.
Startup italiane… di montagna
Fare startup in Italia è una vera sfida, farlo in una Regione a prevalenza montuosa e rurale quale l’Abruzzo ha della follia. Quando ci si trovava, fra startup founders, magari ad un contest, ovviamente si metteva in mostra il meglio di sé, i successi, le presentazioni glamour, ma se ci si guardava negli occhi e ci si fermava a parlare un po’ più a lungo, emergevano le stesse difficoltà, i problemi, gli ostacoli. Siamo tutti sulla stessa barca, si rema si rema ma l’unicorno resta una chimera (tanto per restare sul mitologico!).
Forse noi, startupper di montagna (mi sento ancora così, anche dopo la chiusura della mia startup!), non possiamo avere come modello l’unicorno della Silicon Valley: forse il nostro modello è il camoscio.
Il camoscio ha un aspetto più modesto della livrea versicolore del mitico animale, anche se di corna ne ha due! Ma il vero vantaggio è che di fronte ad una parete liscia e verticale, dove gli altri si fermano, scoraggiati o stanchi, lui vede una opportunità. Sa dei verdi pascoli in quota, li vuole raggiungere, si lancia: e trova appigli là dove gli altri non vedevano nulla.
Dove gli altri scivolano, si spaventano, lasciano perdere, lui ci mette l’anima e sale, salta, si ferma a riposare perfino, in un posto che pareva non esistere ma lui è lì che ti guarda, come a dire “e tu, perché non vieni?”. Questa sua capacità è ciò che lo ha salvato dall’estinzione. E che lo protegge tutti i giorni dai predatori.
Più penso alla metafora, più mi sembra calzare a pennello. Poiché viviamo in un mondo scosceso e inospitale, abbiamo imparato, per salire in alto, ad appigliarci a qualcosa che sembra solo un sogno, ma quando ci metti lo zoccolo magari invece tiene, e quindi in quel momento è reale, e lo diventa anche per il resto del mondo.
L’unicorno ha bisogno di ricche pianure (perfette quelle nei dintorni di Milano!) per pascolare indisturbato e produrre meraviglie magiche che servono a utenti opulenti. Il camoscio invece prende quel che c’è, e anche quel che non c’è, e lo trasforma in un miracolo d’equilibrio, sperando che saltellando qua e là e brucando pochi sterpi fra le rupi, si riesca ad arrivare ad una cengia erbosa dove poter almeno sdraiarsi un attimo. I camosci sono adattati al loro magro ambiente. Fanno con poco. In gergo startup, si direbbe che sono campioni di bootstrapping.
Se si vuole investire in aree montane, a sostegno del capitale naturale, non bisogna guardare la lucentezza del manto, ma la solidità degli zoccoli e la cocciutaggine di voler salire. Non cercare favolosi unicorni, ma coraggiosi camosci.




Purtroppo molte idee potenzialmente eccellenti non vedono la luce perché o founder non hanno sufficiente capitale per partire e in Italia, al contrario che in USA, nessuno ti finanzia l’idea ma solo se hai già dimostrato che è valida e fai girare il fatturato sia pure in perdita.
Esatto Pietro, difficile trovare finanziamenti pre-seed in Italia. Non stupisce che i founder più in gamba vadano oltreoceano e abbiano poi spesso un successo strepitoso. Tutta creazione di valore che esce dal nostro Paese, in aggiunta alla fuga di cervelli.
Grazie della testimonianza, perchè non è facile capire come funziona il mondo delle startup dal di fuori.
Nella mia esperienza ho incontrato diversi founders che ce l’hanno fatta, mai la prima volta e sempre a seguito di ripetuti tentativi, con cadute che hanno aiutato a riprendere la strada con maggiore consapevolezza.
Qualche punto di forza che mi è stato raccontato da chi è riuscito: 1) cercare l’ambiente giusto per poter esporre e lavorare all’idea (early-stage fund); 2) trovare i partner giusti con cui sviluppare e collaborare (non si vince da soli).
Adesso ha messo curiosità riguardo la tua startup…
Allora vorrà dire che dovrò fare un articolo per raccontarlo ;-)
Sapessi quante volte sento imprenditori (wannabe) che confondono il “piccolo e disorganizzato” con “siamo come una startup”.
Si credono founder perché stanno con altri due o tre come loro in una tavernetta, interi pomeriggi piovosi a far quello che racconti, cercare una storia che funzioni bene come quella della pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, e chiamiamolo pitch.
Le startup non sono un’impresa, sono un’avventura.
Un avventura che ha regole tutte sue, perché ha scopi tutti suoi.
Il founder medio non sogna la quotazione, ma una exit prestigiosa. Il founder medio non ragiona su come conservare le sue risorse, ma a come mettere in piedi un processo capace di bruciare cash ad altissima velocità, per avere un indicatore che racconti a un investitore quanto è bravo a spendere, dato che il mindset è ” se spende, vuol dire che cresce”.
La maggior parte delle imprese di successo che conosco non sono dove sono perché hanno avuto una buona idea. Le bealere (1) sono piene di ottime idee, basta andarle a prendere con le persone giuste e con la capacità di “execution” – questa è la parte veramente rara.
E quindi viva i camosci, che poi con i castori hanno parecchio in comune, secondo me.
(1) https://lmgtfy2.com/s/1dxJac
Grazie Silvia mi hai permesso di capire meglio il funzionamento delle startup e la metafora del camoscio è perfetta: passo sicuro, visione, capacità di crescere anche nei terreni più difficili.
È lì che nasce il vero valore.